I tetti di Calvi Risorta

Il territorio

Mauro Baveni vive ed agisce a Calvi Risorta, piccola cittadina in provincia di Caserta, dalla quale dista una trentina di chilometri.
Situata sulle pendici del Monte Maggiore, che con i suoi 1.037 metri domina le valli circostanti, la cittadina è divisa in quattro frazioni, Petrulo, Zuni, Visciano e Seminario, quest’ultima così chiamata per la presenza del grande Seminario dei Padri Passionisti del 1700, all’interno del quale avvengono parecchi episodi del romanzo.

Calvi Risorta sorge sul luogo della città aurunca di Cales, che fu crocevia di grandi civiltà antiche: l’aurunca, l’etrusca, la latina, la sannitica.
Della sua storia ne fanno fede i numerosi reperti archeologici, alcuni dei quali recentemente restaurati e riportati all’antico splendore, come il Teatro Romano e l’Anfiteatro, anch’essi sfruttati dall’autore nella scenografia dell’opera.

Della Calvi intrisa di camorra, come del resto tutte o quasi le cittadine della provincia di Caserta, potrebbe parlarne meglio e con più diritto lo scrittore Roberto Saviano, che sulla camorra ha compiuto studi approfonditi e ne ha svelato i segreti, al punto di dovere oggi vivere sotto scorta continua; così come il bravo giornalista Salvatore Minieri, le cui inchieste (culminate nel libro “I padroni di sabbia”) non sono certamente risultate gradite a quella gente.
Ma le storie di Baveni non hanno la pretesa di enunciare fatti reali e fatti giuridici, bensì di raccontare un territorio, pur prendendo spunto dai fatti di cronaca.

Proprio in questi ultimi tempi, Calvi Risorta è balzata all’onore delle cronache di tutto il mondo non per le sue antichità che sono comunque di eccezionale rilievo, ma per avere ospitato sulle sue terre, da almeno trent’anni, la più grande discarica sotterranea di rifiuti tossici nella zona della ex fabbrica Pozzi-Ginori.

Sembra ovvio che tale opera di distruzione sistematica dell’ambiente da parte della camorra di Casal di Principe sia potuta avvenire solo grazie a omertà, silenzi e omissioni da parte dei politici e della popolazione locale e, come direbbe lo stesso Saviano, “di una popolazione che non solo è connivente con questa criminalità organizzata, ma addirittura la protegge e ne approva l’operato; che adesca nuove reclute non ancora adolescenti, facendo loro credere che la loro sia l’unica scelta di vita possibile, di boss-bambini convinti che l’unico modo di morire come un uomo vero sia quello di morire ammazzati e di un fenomeno criminale influenzato dalla spettacolarizzazione mediatica, in cui i boss si ispirano negli abiti e nelle movenze ai divi del cinema.”

In questo ambiente si muovono i personaggi del libro “Rosso Teatro”, compresi quelli che giornalmente si oppongono a questo malaffare, come i Carabinieri, ma anche la gente comune costretta talvolta a subire soprusi e prepotenze senza poter reagire.
A meno che non intervenga, a mettere un minimo d’ordine, Mauro Baveni.